SECONDA OSPITATA: MONICA COPPOLA


Salve amici, oggi è con noi un’altra scrittrice che ha aderito al progetto 4writers.4blog: Monica Coppola. A Monica associo la parola grinta: sempre pronta a mettersi in gioco, sempre solare e carina. Una mamma sprint con la penna in mano. Monica, infatti, è mamma di due figlie, si occupa di marketing e comunicazione e, ovviamente, scrive. Da questa sua passione è nato un blog letterario e, soprattutto, un romanzo dal titolo “Viola, vertigini e vaniglia” che l’ha portata a classificarsi nel luglio 2013 tra i primi cento nel concorso “il mio esordio” indetto da “ilmiolibro.it”. Qui di seguito potrete leggere alcune recensioni: http://www.meloleggo.it/recensione-viola-vertigini-e-vaniglia-di-monica-coppola_680/; http://violavertiginievaniglia.blogspot.it/p/le-recensioni.html

La nostra Monica ha anche scritto un racconto nel quale mette in evidenza il difficile rapporto tra donna in carriera e madre di famiglia (ha concorso per “Donne che fanno testo”). Racconto che ho deciso di postare:

“Una, nessuna, centomila.

Mi chiamo Anna ho quarant’anni e mentre faccio l’amore penso alla lista della spesa.
Devo ricordarmi di comprare il prosciutto cotto e di farmi tagliare le fettine sottili sottili se no poi i bambini non lo mangiano.
E le patatine, quelle surgelate a bastoncini, anche se le detesto perché l’odore dell’olio poi si impregna sulle piastrelle e sui miei capelli, e bisognerebbe ripulire tutto per bene, ma io quel tempo mica ce l’ho …
Mi chiamo Anna ho quarant’anni, due figli e l’unico momento in cui penso a me stessa sono i trenta minuti della pausa pranzo.
Pizzico piano l’insalata dal contenitore di plastica opaca sopra la scrivania minuscola,
mastico lattuga e valeriana e, lentamente, guardo fuori.
Questi trenta minuti sono solo per me.
Lascio scorrere i pensieri oltre la finestra, liberi di evadere tra gli interstizi delle veneziane che penzolano sui vetri, come coperte polverose e stanche.
E poco importa se poi sbattono contro quel cortile chiuso che, con fare quasi beffardo, mi ricorda che una come me non andrà più da nessuna parte…
Resterò parcheggiata qui, ancorata al mio destino, come un auto che ha macinato migliaia di chilometri, infaticabile, ma un giorno, improvvisamente, si è svegliata, troppo stanca, e allora si è arresa fermandosi alle intemperie rugginose di un parcheggio scoperto.
Poi le lancette si avvicinano, quasi a formare una piccola L ma dall’angolo più stretto, io risciacquo in fretta il contenitore, butto giù un caffè, troppo caldo e troppo amaro, e soffoco veloce la mia essenza sotto strati pesanti di numeri telefonici, anagrafiche sconosciute e fatturati insoluti.
Lo faccio perché il mio lavoro voglio farlo bene, anche se non mi piace.
E non mi piace perché mi intorpidisce l’anima.
Ma, nonostante questo, vado avanti.
Non sono una di quelle che si siede alla scrivania e pensa ai fatti suoi, come alcune colleghe che mi osservano con sguardi torvi, poi bisbigliano, piegano gli angoli delle labbra all’ingiù e vanno a farsi servire un bel pasto caldo, al bistrò di sotto, senza mai invitarmi.
Forse lo fanno perché io non sono molto socievole.
Ho imparato che è meglio farmi i fatti miei, dare poca confidenza.
Buongiorno, buonasera e  via.
Tempo ne ho poco e, quel poco che ho, non lo voglio perdere in conversazioni che non sanno di niente e mi costerebbero troppa fatica e io, di fatica già ne faccio troppa…
Mi chiamo Anna, ho quarant’anni e dopo l’università  mi sentivo ambiziosa, preparata e tenace.
Avrei voluto correre, scalpitante, verso i binari del mondo professionale.
Saltare tra gli scompartimenti, metterli sottosopra, ispezionare centimetro per centimetro ogni vagone.
Avrei voluto aprire tutte le valigie delle opportunità, misurarle una ad una, per vedere quale mi stava meglio e dopo, soltanto dopo, scegliere quella più adatta a me.
E invece quei treni sono passati in fretta, e io non sono riuscita a salirci sopra.
C’era troppa gente, più veloce, più abile, più scaltra.
E allora ho dovuto accontentarmi di indossare professioni che non avevano la mia taglia, sfilacciate come gli orli di un desiderio cucito male.
Ho oscurato le mie competenze sotto un grembiule informe e incolore, vagando smarrita come uno spettro privato dell’anima, tra gli scaffali gelidi di un supermercato.
E, giorno dopo giorno, tutte quelle scatole, quei codici a barre e i cartelloni fosforescenti delle offerte speciali hanno iniziato a rosicchiarmi le ossa e l’identità.
Ero solo un “ANNA” qualsiasi, in mezzo a tante, come strillava il badge in un brutto corsivo, pinzato sotto al colletto in poliestere.
Ero diventata nessuno.
Così mi sono alzata, ho ripiegato bene il grembiule, sfilato il lucchetto dall’armadio metallico, e poi ho stracciato il cartoncino con il mio nome.
Volevo tornare ad essere me.
Cercavo un nuovo lavoro e invece ho sbattuto contro l’amore: mi sono lasciata travolgere dalle emozioni, irruente, indomabili, quasi invivibili.
Ma dopo qualche calendario sfogliato, quei sentimenti sono diventati soffusi, impalpabili, come un liquido malinconico che ti oscilla dentro e ti annebbia la mente.
Le mie ambizioni sono inciampate sopra due figli da tirare su, che mi chiedevano patate fritte e prosciutto cotto, dalle fette molto sottili.
E mi sono accorta che non avevo scelta: dovevo tornare ad essere nessuno.
Ho barattato la mia conoscenza con gli auricolari di una cuffia telefonica, di quelle con la circonferenza troppo piccola, che ti stringono le tempie e ti tormentano la fronte con il metallo freddo.
Ma tu devi metterle e stare zitta, perché fuori c’è la folla, quella scaltra e veloce, e se perdi tempo finisce che arriva anche qui e ti porta via questo lavoro e poi voglio vedere…
Io però non voglio vedere, e allora vomito dentro al microfono, che tagliente mi sfiora  le labbra, litanie incessanti di parole per recuperare briciole di crediti, sepolte chissà dove.
Parlo tanto, fino a sfinirmi, e quando arrivo a casa non ho più voglia di farlo.
I miei desideri un giorno si sono accorti del silenzio e, forse per farmi meno male, hanno attraversato in punta di piedi le piastrelle unte e sono scivolati via.
E una notte l’amore ha fatto lo stesso: ho avvertito appena una carezza ruvida sopra la mia guancia addormentata e poi più nulla…
Mi chiamo Anna ho quarant’anni, due bambini da crescere, un appartamento che odora di fritto, un lavoro precario in un call centre e una vita senza sogni e quando faccio l’amore all’amore non ci penso più…”

Ho rivolto a Monica alcune domande:

Sei una mamma, una donna in carriera e una scrittrice. Come fai a conciliare tutti questi ruoli? E quale trovi più impegnativo?

Bè, penso di non sbagliarmi se dico che tutte noi donne siamo un po’ “circensi della vita” dobbiamo spesso passare da una situazione ad un’altra e diventare abili a gestirne diverse tutte insieme.
Per quanto mi riguarda posso dire che, è come se l’energia immessa in un ruolo, alimentasse a catena tutti gli altri e allora riesci quasi a dilatare il tempo, per metterci, infilarci dentro tutto quello che desideri fare, perché quando sei alimentato dalla passione, anche la stanchezza poi passa e niente ti sembra impossibile…

Cosa sognavi di fare da grande? Coincide con quello che stai facendo adesso?

E’ andata più o meno così:

Alle elementari volevo fare “la scrittrice”.
Dopo le medie la giornalista.
Alle superiori l’animatrice turistica nei villaggi vacanze.
Dopo la laurea la copy writer…

Adesso svolgo una professione che non c’entra molto con  tutto quello che avevo in mente ma ho rivitalizzato il sogno originario “della scrittrice”.
Perché i sogni che abbiamo da bambini sono sempre quelli un po’ più veri…

Hai partecipato a un progetto della scuola Holden. E’ stata per te un’esperienza formativa e perché? Lo consiglieresti?

E’ stata una tappa fondamentale. Un vero percorso di evoluzione e crescita del mio stile narrativo, di apprendimento di nuovi tecniche e nuove “lenti” con cui osservare criticamente i miei testi.
Prima  avevo una scrittura impaziente, immediata, spontanea. E mi andava bene così.
Poi ho imparato che è fondamentale tornare su quanto è stato scritto di “getto” per limare, snellire, smontare e rimontare.
Mettila così: chi ama scrivere possiede già tutti gli ingredienti per fare una torta. E magari da solo riesce a farla anche discretamente buona.
Ma la partecipazione a corsi di scrittura, il confronto con scrittori o docenti qualificati,  ti aiuta a scoprire nuovi modi di amalgamare quegli stessi ingredienti di combinarli o s-combinarli per scoprire nuovi sapori…
E poi si incontrano sempre persone stimolanti con cui condividere la stessa passione…
Quindi personalmente sono golosa dei corsi di scrittura, ne faccio continuamente, e li consiglio eccome!

Hai mai pensato di partecipare ai tanti concorsi letterari per racconti?

Alcuni sono molto interessanti: recentemente ho partecipato a Donne che Fanno Testo con la storia di “Anna”.
Sarei tentata di farne molti ma, a causa del tempo ridotto, faccio un’accurata selezione. E avendo terminato da poco il mio romanzo prediligo i concorsi a cui poter far partecipare Viola, vertigini e vaniglia.
Però credo che partecipare sia un ottimo modo per tenere la penna allenata e cercare di farsi strada nel mondo editoriale.
Se un giorno tua figlia ti dicesse che vuole seguire le orme della mamma, che le diresti?
Le risponderei con il titolo di un romanzo che ho letto quando ero una ragazzina anche io “Và dove ti porta il cuore”
Cosa ami leggere?
Sono una divoratrice di letteratura contemporanea. Mi piace spaziare e scoprire soprattutto tra le autrici femminili: amo i ritratti indiani di Divakaruni, la profondità introspettiva della Dunne,  il mix frizzante e colto della Bertola, la spassosa creatività della Kinsella, la costruzione narrativa della Oggero.
Tra i maschietti non posso non citare De Carlo di cui ho letto ogni romanzo (ma i primi mi sono rimasti più nel cuore)
Anche Luca Bianchini mi diverte tantissimo e a lui sono particolarmente affezionata: ho iniziato a liberare la mia penna leggendo “Ti seguo ogni notte”.
Ogni tanto inserisco in questo mix anche qualche thriller o noir e considero “Io uccido” di Faletti un piccolo capolavoro.

Hai in programma un nuovo romanzo?
Per ora ho abbozzato solo un paio di idee…Vediamo che cosa ne viene fuori.

Cosa pensi delle nuove forme di editoria? Autopubblicazione, editoria a pagamento?

Sono decisamente contraria all’editoria a pagamento.
Meglio investire il denaro su progetti di editing o percorsi  che possano migliorare il romanzo che pagare per pubblicare un romanzo scadente.
L’autopubblicazione può aprire un varco interessante ad un’aspirante scrittore ma va usata con cautela e con responsabilità. Ci sono concorsi importanti che “impongono” la messa on line del proprio libro. E se si desidera partecipare non c’è altra strada…
Però poi l’opera non è più considerata inedita da alcuni editori e quindi magari ti bruci delle possibilità…Meglio non avere troppa fretta di auto pubblicarsi e  comunque prima di farlo lavorare sull’editing e sulla struttura narrativa. Insomma non farsi prendere dalla “smania di concludere in fretta” perché poi il lettore se ne accorge…

Ti senti un po’ “mamma” del tuo libro?

Sì, decisamente  Anche se per dare “alla luce” Viola, vertigini e vaniglia ci ho messo ben più di 9 mesi…

Un consiglio che daresti a una giovane scrittrice.

Essere tenace, curiosa e umile. Andare a caccia di libri, parole e idee.
Sperimentare strade diverse per trovare il proprio stile narrativo.
E continuare a scrivere sopratutto“per il piacere di scrivere”.

Grazie Monica e in bocca al lupo per tutto 🙂

Ecco alcuni contatti della nostra Monica:

Il suo blog: http://violavertiginievaniglia.blogspot.it/

Il suo romanzo potrete acquistarlo qui: http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=1010331

A voi, lettori, grazie per la lettura e vi do appuntamento alla terza e ultima ospitata! Ma non piangete, perchè le 4writers non vi abbandoneranno 😉

monica

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